Grazie Vittorio- indirettaconmestesso- 🎁 consiglio la lettura di questo uomo che si allontana da…

Andarsene, una cosa da vecchi

Massimo Mantellini

Massimo Mantellini ha un blog molto seguito dal 2002, Manteblog. Vive a Forlì. Il suo ultimo libro è “Dieci splendidi oggetti morti“, Einaudi, 2020

Ho smesso di utilizzare i social network e mi sento meglio. Sono passati alcuni mesi e sembro – me ne accorgo ora – l’alcoolista che descrive la sua astinenza seduto in cerchio con altri come lui, ma non sono per nulla in una situazione simile. Nel frattempo è scoppiata una guerra orribile, giusto vicino a casa nostra, e mentre tutti, comprensibilmente, ne parlavano con tutti, ho scoperto il conforto segreto di non dire nulla. Cosa avrei potuto scrivere di differente da quello che leggo su Twitter ogni giorno?

A un certo punto poi ho iniziato a vergognarmi delle cose che negli ultimi due decenni avevo scritto sui social. Non le avevo mai osservate da quell’angolazione: frasi talvolta semplicemente sciocche, altre volte solo impulsive o arroganti, altre volte ancora neutre, nel senso di trascurabili, uguali a milioni di altre: raramente invece, rileggendole a distanza, rimanevano intatte e migliori di me. Ma il resto era una distesa di vetri rotti.

Quelle parole in frantumi però mi descrivevano, e lo facevano piuttosto efficacemente. Era questa la loro forza: lo scrigno involontario della mia imperfezione esposto allo sguardo di tutti. Forse la sola ragione per cui era valsa la pena pubblicarle. Contemporaneamente quelle frasi erano anche altro ed ora ne ero certo: una geografia precisa della mia trascurabilità.

Ora è scoppiata una guerra e non è che io improvvisamente non abbia pensieri al riguardo. Li ho – temo – esattamente uguali a prima (usuali e imperfetti come prima) ma quelle parole escono ogni giorno depotenziate: perché, pur esistendo, sono indisponibili a quasi tutti.

Mi sento meglio, dicevo all’inizio, per due ragioni principali. La prima è che osservo finalmente da fuori il caotico sovrapporsi dei punti di vista, le dinamiche perverse di emersione dei contenuti peggiori che gli ambienti digitali hanno così tanto enfatizzato (e che io ingenuamente pensavo di invertire). La seconda è che vedo distintamente come tutto questo, che un tempo mi sembrava il centro del mondo, sia invece uno scoglio in mezzo al mare. “La terra è una pallina blu con tempeste”, dice l’astronauta in orbita per la prima volta in una delle mie poesie preferite: è servito guadagnare una certa distanza per rendermi conto di quanto trascurabili siano quelle discussioni che fino a ieri erano il centro dei miei interessi.

I social network restano un luogo importante e vitale: un certificato di esistenza in vita di tutti noi, oltre che una stenografia molto accurata di chi siamo e dove stiamo andando. Sono, nel migliore dei casi, il luogo dell’entusiasmo e dell’ingenuità, nel peggiore, come tutti sappiamo, una fogna a cielo aperto come tante altre.

Conterà certamente anche che sto diventando vecchio e che osservo ogni nuovo entusiasmo, in rete come fuori, con la svagatezza che riserviamo a tutto quello che secondo noi non funzionerà; conterà che il rumore di fondo ha ormai superato il limite del tollerabile e la prevalenza del cretino è ormai certificata almeno quanto la mia carta d’identità.

Non vorrei però che questo sembrasse un alibi: non sono quello meno stupido della media che improvvisamente realizza la qualità della compagnia e si allontana sdegnato. Leggo ogni giorno in rete le parole di persone che ammiro e alle quali voglio bene, trovo in esse il conforto e la sintonia che rendono la mia vita più piena e interessante. Ma assento (o talvolta dissento) ormai silenziosamente, a differenza di quanto mi capitava un tempo. E non ho più voglia di discutere con nessuno.

C’è una guerra orribile là fuori, non merita la miseria dei miei commenti da divano. Se proprio mi sembrerà il caso di scrivere in rete lo farò in luoghi nei quali le idee si formano più lentamente, e sono meno sottoposte al turbinio accelerato dei social network.  Sulle pagine del mio vecchio blog, o in altri posti in cui l’intervallo fra la parola scritta e il click sul tasto publish potrà essere allungato indefinitamente.

È anche questa, senza alcun dubbio, una cosa da vecchi.

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Dalla macchina da scrivere, alla “politikka”…

Sono davvero incuriosita dal morbo che sta colpendo molti scrittori di romanzi i quali, dalla loro macchina da scrivere bulimica passano alla politikka sentendosi in diritto di manifestare le loro idee. Mi manca il passaggio intermediario: perché? Cosa li spinge a farlo?

Non lo so ma sono sempre più convinta che dietro le facce angeliche che producono storie a tutto andare si nascondano spesso dei demoni pronti a sferrare il colpo mortale.

Di cosa parlano? Di omosessualità, di diritti, di difese, di nulla a ben guardare.

Si potrebbe anche parlare d’altro come ad esempio degli stipendi di merda che prendono i ragazzi quando trovano loro, degli stipendi di merda in generale, della crisi che c’è nel nostro stivale, dei poveri che sono ancora tanti, troppi, che sono chiamati POVERI, dei contratti aziendali che fanno schifo per non dire pena, ecco giusto qualche esempio alla veloce… E invece, no, è importante portare avanti campagne folcloristiche pensando che serva a tutelare le varie categorie umane (perché siamo ancora messi così che che se ne dica, parliamo di categorie) per far leva su un sistema giuridico che sballonzola fra i credi cattolici e la new generation che è ancora tutta da capire. I ragazzini si mettono lo smalto, il rimmel, le gonne perché pensano di appartenere ad una corrente di pensiero che non ha un pensiero di fondo perché vi garantisco che non è neanche moda, è soltanto un richiamo studiato a tavolino che fa riferimento al periodo settecentesco fra parrucche, ciprie e mutandoni a vista, eppure va, funziona perché è la finta lotta contro le diversità, quando in realtà così facendo si alimentano a dismisura e in maniera anche molto offensiva secondo il mio punto di vista. Tutto ciò che si alimenta di baraccate false e tendenziose, finisce per creare quel moto ondoso, comodo, in grado di spostare le attenzioni dell’opinione pubblica (come se contasse ancora qualcosa) fra ciò che conta e ciò che non conta: il problema è che nella scaletta delle priorità le gravità stanno al fondo, le puttanate al vertice e io qui mi inchino al cospetto di questi scrittori audaci perché hanno anche il tempo di vestire una toga e di ergersi giudici di cause che contribuiscono ad incrementare i loro guadagni. D’altronde gli indifesi che diventano difesi come per magia, dove volete che vadano a parare… E non va bene perché questi scribacchini astuti sono loro per primi degli speculatori che inoculano sotto pelle bolle di vicende delicate da loro criticate con un’audacia mai più vista… Da che parte sta questa gente??? Sta dalla parte del Dio denaro, che pur di riempire tasche, allarga bocche di parole insensate, mal ponderate e come detto in precedenza di pessimo gusto perché non sarà mai uno smalto o un lucidalabbra la soluzione per talune discriminazioni. È la mentalità che va cambiata, spostata di casa oltre i confini delle parole. Le persone vanno lasciate libere, nude e non caricate di strutture che servono soltanto a impanzare le panze dei sovrani ossequiati anche dalla letteratura scadente. E per questo motivo ho smesso di seguire molti autori che credevo capaci di rispettare il valore della parola, che credevo onesti davanti a loro stessi perché questo è lo scopo della scrittura, leggersi per essere letti, autori che pensavo avessero tanto da insegnarmi e invece mi hanno tolto, per fortuna solo in parte, l’innocenza di una mente che ha bisogno di spaziare lontana da una realtà che fa schifo ogni giorno sempre di più!!!

Vince L’Ucraina all’Eurovision 22

Vince la Kalush Orchestra con la canzone “Stefania”, un mix di rap, folk e beat hip hop. È dedicata alle madri dei membri della band e si basa sulle loro vere esperienze di vita. “È un brano su mia madre â€“ ha raccontato Psiuk – Non le ho mai dedicato una canzone e non sono affatto sicuro che la nostra relazione sia stata particolarmente intensa in passato, ma so che si merita questa canzone.

Una vittoria indubbiamente “morale”, considerato il momento. Non so dire se meritata o meno perché non ho la competenza per giudicare brani dei quali non conosco la lingua, ma certamente rappresentativa: show must go on nonostante tutto, e forse questa è la (vittoria) alla quale ci stiamo tutti abituando con quella facilità disumana che a tratti, spaventa un pò. Mentre la gente muore, e fugge come uno sciame di topi senza dimora, la vita trascina con sé il suo carrozzone: la baldoria che ha il super potere di creare nuvole dalle quali piovono gioia e felicità. Si parla di una Mariupol che verrà restaurata e che sarà pronta per ospitare la prossima edizione, come a dire che la guerra in corso avrà una fine e l’Ucraina potrà finalmente godere di un momento di forte rinascita. Ce lo auguriamo, ci mancherebbe ma nel frattempo i morti sono morti e chi è rimasto e rimarrà vivrà per sempre il dolore della perdita.

Fra folclore, bandiere, una Pausini scatenata, un Malgioglio #addoro, paillettes e applausi, si va avanti a ricamare i merletti della finzione, perché non c’è niente da fare, la finzione piace! Quella sensazione gradevole che si avverte sul momento, mentre nei mari navigano in sordina navi da guerra e in TV imperversano le immagini cruente della guerra: perché è guerra quella roba lì, ed è morte quell’affare che si vede fra uno scoppio e l’altro poi la si rigiri a comodo e piacimento, quello è!

Qualcuno penserà alle note stonate del mio post ma purtroppo non ho in dono la capacità di fingere allegria quando non ce n’è, e aggiungo, tanto meno desidero appartenere a quella fetta di umanità che pur di saziarsi in qualche modo di bellezza ostentata, dimentica l’orrore che da domani mattina tornerà al suo posto dopo essere stato soppiantato da una settimana di “unione europea” che sappiamo tutti bene quanto coli il brodo dai suoi buchi.

Un plauso va ai musicisti ucraini che hanno provato il brano “a distanza” non potendosi incontrare di persona in patria, sicuramente una posizione la loro molto complicata, ma ce l’hanno fatta e questo è quel che conta.

Magari adesso un pò di silenzio…

E dopo il libro su Giovanni Falcone: non ho più l’età!

Ho terminato di leggere il libro di Saviano poco prima di preparare la cena e mentre giravo con le pinze i fiori di zucca in pastella, mi sono detta: non ho più l’età per immergermi come un subacqueo alle prime armi nelle acque torbide di questo mondo. Niente da dire, il romanzo è scritto e articolato in modo impeccabile, Saviano ha questa dote innegabile, ma il suo libro è un labirinto senza uscita, un riquadro nel quale non entra nemmeno uno spiffero d’aria. Davvero non ho più l’età per affondare nella melma, e affrontare con distacco i drammi della vita marcia che regolano certe realtà ancora esistenti. Non credo neanche di essere irresponsabile nel dirlo, al contrario credo sia onesto sapere, approfondire per poi lasciare andare altrimenti si rischia di vomitare a secchiate tutto il disgusto che ne consegue.

Voto:10 è onesto dirlo, per il resto occorre essere portati per certe narrazioni; forse io non lo sono, e non lo sono mai stata perché non accetto, non comprendo, e non sono per niente tagliata nell’annusare con somma indifferenza le fragranze sulfuree che la realtà ci presenta.

Ora penso ai miei fiori di zucca, con quel po’ di sale capace di asciugare le ferite.

Buona serata.

Le “72 stagioni”, ad occhio e croce🍂💐🌸❄

La sera è il momento durante il quale mi occupo di quel pezzettino di cose curiose che generalmente disperdo durante il giorno per mancanza di tempo, e proprio ieri sera mentre la finestra era ormai già gonfia del suo buio e la famiglia acquietata nei suoi spazi, ho provato ad immaginare come sarebbe vivere con attenzione le 72 stagioni. È vero sono quattro le stagioni che caratterizzano i quarti della mela, con i loro mutamenti incessanti che talvolta l’occhio fatica a rilevare, ma se stiamo a vedere cosa dice il vecchio calendario giapponese le stagioni sono ben 72. Secondo questo calendario ogni 5 giorni subentra un’altra stagione, cosa della quale non ce ne accorgiamo ma che in realtà succede: sbucano nel terreno erbe nuove, fiori inaspettati, svolazzano insetti che vivono il loro momento, sempre in attesa che subentri dell’altro. Ventiquattro periodi che a loro volta si frantumamano e che generano parole dal senso poetico che ho conservato: il calore del vento dal 7 all’11 luglio, il cinguettio della cutrettola ballerina dal 12 al 16 settembre, della cicala crepuscolare dal 12 al 16 agosto, delle lucciole dal 10 al 15 giugno…

Questo calendario antico, che è stato soppiantato da quello Gregoriano, offre la possibilità di rivedere la vita ogni cinque giorni. Quel che è stato è stato, e al suono della sveglia al termine del quinto giorno ne succede una fase nuova, diversa dalla precedente anche se ad occhio nudo le cose non sembrano mai così. I colori seguono il ballo, le 17 tonalità del verde nel mese di Maggio, quelle infinite del rosso ad Ottobre, i bruni e i grigi che caratterizzano l’inverno, il madreperla che racchiude i tanti modi con i quali la pioggia cadendo racconta di sé.

Noi che viviamo in un’epoca che fa di tutto per farci correre, e che vede le stagioni come previsioni grazie alle quali organizzare i fine settimana o scegliere l’abbigliamento più adatto, in realtà abbiamo questa risorsa: 72 stagioni che rendono la vita meno banale di quanto appaia, una barchetta di carta che prende il largo ogni volta, tutte le volte.

Ogni 5 giorni un’opportunità, a volte anche il parlare muta il suo senso e diventa un nuovo tempo.

Fotografia personale

Il giapponese, è una droga!

Konnichiwa! こんにちは

GIORNATA PIOVOSA, e io decido dopo pranzo di riposare un po’, giusto il tempo di rivedere per la milionesima volta The Nightmare before Christmas. Terminato il film ho pensato “ma sì piove, quasi quasi rivedo un po’ di cosette che ho studiato in settimana” e da che l’ho detto sono trascorse due ore e quarantacinque minuti, volate! Non lo so ma il giapponese per me è una droga, e forse hanno ragione i miei figli e mio marito quando dicono che a me manca qualche rotella (o forse ne ho qualcuna di troppo?) I minuti passano alla velocità della luce e io resto sempre meravigliata da come sia sì difficile da studiare ma anche travolgente e affascinante. I kanji sono qualcosa di meraviglioso, se penso che dal disegno classico del sole, quindi un cerchio con i raggi, ne è conseguita questa trasformazione:

O la luna, da spicchio a….

E’ veramente magia! Tuttavia è una scrittura complicata, ci sono tre alfabeti che occorre conoscere: kanji, hiragana e katakana e ognuno di loro ha una funzione. E’ bello proprio perché è così, qualcosa che si conquista un pezzettino per volta con grandissima umiltà perché se c’è una cosa che ho accettato da subito è quella di mettere da parte la fretta, la sicurezza di riuscirci al primo colpo, e la certezza di avere tutto chiaro nell’immediato. Non è così che funziona e forse è proprio per questo che appena posso, inforco il mio quadernino, matita e gomma al seguito, e mi butto nei labirinti della lingua perdendo il senso del tempo. E vi dirò, per quanto ridicolo possa sembrare quanto sto per dire, grandi sono la gratitudine e l’emozione che ne conseguono quando guardo il mio quadernino deglutire affamato parole, segni, tratti, postille, sottolineature e faccine che in genere disegno quando qualcosa mi sfugge e devo ricontrollare. Saranno gli anni che ho addosso e forse la voglia in un certo senso di “sentirmi ancora allieva” a spingermi verso questa piccola conquista che sento di meritare per il rispetto con la quale la sto trattando. E se posso aggiungere, sono anche felice di sbagliare spesso, di dover correggere, rivedere, rileggere e ripetere all’infinito poiché credo sia un ottimo esercizio per mettere a dura prova la mia determinazione. Che abbia imparato a far colare la giusta dose di oro liquido nelle mie crepe, come insegna l’arte del Kintsugi 金継ぎ che trasforma la fragilità in punto di forza?

Non lo so, staremo a vedere, ma certo è che ogni sconfitta, caduta, inciampo, difficoltà a me hanno sempre portato a fare cose sagge, a scoprirne di nuove e a gioirne in caso di successi personali ed è per questo che ho un enorme rispetto per “il difficile”.

Chiudo con questi dolcini che solo a guardarli mettono di buonumore. Buona serata.

Wagashi immagine reperita da Vivere Zen

Fra carta, libri e matite.

E poi si ritorna dopo due giorni corroboranti alla normalità, nel mio caso ai libri aperti, agli appunti lasciati a metà e a quella sana follia (parola del giorno) che ti spinge ad andare avanti nello studio. Un pezzettino per volta perché soltanto un/a folle decide di studiare il giapponese da solo/a, così è per il momento. Si dice, non so se la cosa corrisponda al vero, che per poter parlare la lingua occorra conoscere almeno 2000 ideogrammi perché di ideogrammi si tratta. Io ne imparo una ventina al giorno e ne scordo la metà, dato che mi tocca anche scriverli, il che è molto faticoso. Ma, e per fortuna sono una testa di legno, vedo in tutto ciò una sfida che mi tiene sempre accesa, curiosa come una scimmia che non vede l’ora di borbottare ad ogni segno, segmento o puntino dimenticato che fanno enormemente la differenza. Se per prima pensavo di essere una persona zeppa di contrarietà e molto contraddittoria, studiando il Giappone mi sono accorta d’essere una nullità al confronto. Ogni stanza aperta ha il suo retro: bello e brutto, giusto e sbagliato, vita e morte, buono e cattivo… non tutto è soltanto come sembra e questo aspetto che trascende ovunque è quello che mi ha spinta ad affrontare la challenge dell’anno. È innamoramento puro, e credo che lo si possa comprendere nel momento in cui si percepisce un legame che va oltre all’insensatezza talvolta delle tante, troppe parole.

Sono molto contenta quando produco con fatica, quando arrivo alla sera con la testa cosparsa di parole, idee, significati inaspettati e vado a dormire sfinita. Non ho mai amato le cose semplici, e quando qualcosa mi riesce con facilità quasi, quasi non mi diverto, anzi dico “che noia.” Amo gli ingarbugliamenti, quei quarti d’ora davanti a quelle pagine che trasudano complessità, che devo rileggere cinque volte, sottolineare dieci usando colori diversi che aiutano la memoria, pagine che diventano mappe preziose e tesori conquistati.

È una sorta di felicità che non ha niente di dovuto, ma che si crea nel tempo, una capacità che diventa costanza, o per dirla in parole povere, una manutenzione del vivere alla quale dedico parte delle mie lunghe giornate.

Per questo post ho scelto le parole Kibun tencan [気分転換] che significano: torsione consapevole e cambiamento. Kibun è la sensazione, l’emozione e Tencan, è il cambiamento, un’inversione, come a voler lasciare rotolare via una palla dalle mani perché così è quando si lascia un qualcosa per far spazio ad altro.

Disegno personale

Avevo bisogno di “spazio”

Per quanto sciocca possa sembrare questa affermazione che intitola il mio post- avevo bisogno di spazio – è la sensazione che ho raccolto in questi ultimi anni. Fra pandemia, e tutto ciò che sta caratterizzando questa controversa epoca, c’è stato un momento ben preciso nel quale ho compreso di avere necessità di spazio. Se ci fate caso viviamo le nostre giornate come pietre incastonate nelle celle del nostro dover fare, che nel mio caso equivale a dover essere sempre ciò che faccio: la mamma, la moglie, la nuora, la casalinga, a volte l’infermiera, a volte l’insegnante, spesso la creativa è così via. In ogni istante della mia giornata il mio spazio viene mangiucchiato dai doveri e dai ruoli che ricopro, tanto che quello spazio a me destinato non è mai dominato dal vuoto. In aggiunta a questo, il pieno delle emozioni, quante ne ho raccolte! Le immagino come foglietti incollati alle pareti dello stomaco che si sollevano ad ogni notizia appresa, che si agitano nel trambusto della quotidianità e che si appiccicano come stickers a quei famosi doveri mangia spazio. Così un giorno, anzi una mattina mentre sistemavo la mia camera da letto, mi sono seduta al fondo del letto, ho tirato su le gambe e mi sono stretta alle ginocchia. Sono rimasta in quella posizione per un pò mentre il traffico in strada e il rumore tipico del risveglio mattutino lambiva il mio desiderio di inventare di sana pianta il mio spazio nuovo, quello vuoto.

Ho pensato a una casa senza porte, a un pavimento libero da ingombri, a un posto nel quale persino i pensieri non debbano impigliarsi nelle maglie della loro stessa rete. Il nulla che tiene in equilibrio: dal colore non troppo, al sale se è il caso, alla luce che vorrei appoggiata sulle cose, alle parole che hanno peso e non soltanto significato, alla memoria che talvolta deve pur scordare; dall’accumulo di movimenti che non sempre fanno dell’azione l’azione giusta, al dire se è motivo, al bene che se è troppo non mi fa capire per poi conoscere…

Nel vuoto si trovano cose incredibili, anche quando sembra che non ci sia nulla di che, come la seduta al fondo del mio letto dalla quale è nata una posizione di vita che sta sull’orlo dell’equilibrio

Paola