Dedicato a “Marie des vignes”🥀

Conobbi Marie qui, tempo fa. Onestamente non ricordo quando, il tempo non è qualcosa che per me fa sempre la differenza, resta il fatto che mi sono affezionata al suo blog pezzettino dopo pezzettino. https://wordpress.com/read/feeds/13682017

Non credo lei sappia il perché e da un lato comprendo che le mie energiche invasioni di campo chez elle siano a lei tutt’ora sconosciute. È difficile che io mi apra a ventaglio ma quando capita, è un piacere condividere. Marie è una Signora che sa sempre di buono, di onesto e di vero, soprattutto quando si racconta nel quotidiano. Con lei si parla di amicizia, si riflette sul tempo che avanza, si visitano luoghi che amo molto (considerato il fatto che abita in Francia e io adoro la Francia), si analizza lo stato attuale delle cose fra paure e insicurezze, e ci si fa coraggio, tanto coraggio. A volte in sua compagnia si ride di gusto, cosa che apprezzo vista la sua spiccata autoironia, alcuni post sono davvero una comica e spero da più grande di diventare così, come lei: forte, sensibile, elegante e divertente!

Non lo so, a volte penso sia (nel mio immaginario emotivo) la zia che non ho più, seppur fosse una parente adottiva è stata la persona che ho amato di più al mondo e forse Marie ha qualcosa che ogni tanto me la riporta in vita e io ne colgo l’entusiasmo. Io penso che le persone che hanno in dono la capacità di rievocare negli altri ricordi preziosi siano davvero speciali e Marie lo è. Rubo dal suo blog la sua foto personale perché è bellissima e le rende pienamente giustizia!

Marie hai tutto il mio bene, sempre. Paola.

Marie des vignes!

“La stazione”… ci riuscirò?🤔

Jacopo De Michelis ha impiegato ben 8 anni per scrivere questo libro, ottocento e un tot di pagine che mescolano vari generi: dal thriller, al giallo, con una punta di noir.

È in arrivo, e sarà per me una sfida perché i libri lunghi a mio avviso sono sfide a prescindere: se la trama non funziona o lo stile narrativo non piace ecco palerarsi la sconfitta. In realtà, e come spesso accade per i libri, ho letto molte recensioni contrastanti, motivo per il quale io ci ficcherò il naso per poter dire la mia. Ho imparato a frugare nelle opinioni altrui, e questo mi ha permesso di giungere ad una conclusione quantomeno interessante: diffida dei libri osannati perché spesso godono soltanto dell’eco impersonale del lettore. Di recente mi è capitato con un libro “chiacchierato” ed è quello di Tommaso Scotti – Le due morti del signor Mihara – romanzo sul quale avrei scommesso la merenda di metà pomeriggio e invece… Ho dovuto abbandonare la lettura a metà perché francamente non mi è piaciuto il suo modo di raccontare da “finto critico giapponese” una vicenda ambientata nella terra che fra l’altro lo ospita, il Giappone. Come dice la mia libraia di fiducia, che come me giunta a metà libro ha rinviato il completamento della lettura: “Troppi piedi in una scarpa fanno pochi passi.” E ha ragione, non a caso con lei mi confronto spesso, non è la classica venditrice di libri quanto invece una lettrice appassionata e rispettosa che non dispensa consigli a vanvera tanto per vendere un libro in più. Quando dico che è importante leggere bene e non tanto, lo dico in virtù del fatto che le porzioni di tempo che abbiamo a disposizione sono vero nutrimento che non andrebbe sprecato. E aggiungo, seguire la scia di tanti, troppi apprezzamenti in letteratura equivale spesso a voler far parte del gregge: sentirsi parte di quel coagulo di persone che sposano “#metoo.”

Vi dirò……

Freschi di giovedì…come le uova🥚🥚🥚

Worpressiani buongiorno.

“Oh William!” di Elizabeth Strout, vincitrice del premio Pulitzer con il romanzo “Olive Kitteridge”

Una chicca che ho acquistato in lingua originale perché ci sono libri a mio avviso che andrebbero letti con le parole autentiche dello scrittore (così ho letto la saga di Harry Potter) ed è per questo che ho atteso l’arrivo del libro in questione fermentando in silenzio come l’aceto. Secondo il New york Times la Strout è la #1 “bestselling author” e non è poi così difficile comprenderne i motivi: è sufficiente leggere uno dei suoi libri per capire che la sua più grande abilità è quella di animare con forza tutto ciò che è semplicemente ordinario come nel caso di “Oh William!” Conosciamo veramente nostro marito?

Conquistato il primo bottino, ho rapito il secondo: Nita Prose, “La cameriera”, bestseller anche in questo caso del New York Times, attualmente in pubblicazione in 35 paesi. È un giallo divertente, frizzante e originale che riassumo così ⤵️

Dopo aver letto una ventina di romanzi giapponesi, ho avvertito la necessità di scollarmi dai raggi del Sol Levante per un pò perché mi conosco, finirei con l’abituarmi troppo a quel genere di narrativa e si sa le abitudini a lungo andare non sono mai salutari: finiscono per spegnere gli entusiasmi cosa alla quale presto molta attenzione. Sia mai!

E poi stiamo andando verso l’estate e anche il mio approccio verso la lettura cambia nei mesi estivi. Leggo, semplicemente leggo al posto di indagare la profondità.

Buongiorno giovedì!

Le parole di Maggio: 五月病, gogatsubyō

Avevo preparato questo post poco prima che l’influenza mi mettesse k.o per qualche giorno, e oggi guardando il calendario mi sono ricordata dello scritto dimenticato e lasciato a metà.

Una parola giapponese significativa che ho segnato nel quadernino è 五月病, gogatsubyō che incarna quella che per i giapponesi è la malattia di Maggio. Le radici di questo morbo affondano nei mesi precedenti a partire da gennaio, periodo durante il quale si affronta con energia l’inizio del nuovo anno fino ad arrivare a Maggio, con tanta stanchezza addosso e la testa mezza vuota.

È proprio in questi momenti che mettere in moto le mani consente alla mente un pò di riposo, dedicandosi a tutte quelle attività anche banali, come lucidare uno specchio o risistemare il cassetto dei calzini, che servono a non occupare troppi spazi nella mente. Per dirla tutta non è il momento di risolvere i conti che non tornano o di inerpicarsi in questioni “pesanti” che aumenterebbero il senso del disagio.

Per i giapponesi il rientro dalla Golden Week che inizia a cavallo fra il mese di Aprile e il mese di Maggio (festa che racchiude in sé le celebrazioni dedicate al compleanno dell’Imperatore Hirohito, festa della Costituzione, festa dei bambini e festa del verde) è un momento di ripresa faticosa, nella quale si avverte più del solito d’essere in cottura nel forno chiamato vita. Da tenere in considerazione che l’anno “lavorativo, e scolastico” inizia ad Aprile, in concomitanza con l’arrivo della primavera che già di suo porta sonnolenza e fiacchezza.

Quindi buon gogatsubyō in caso avvertiste parte dei sintomi elencati😄

Profilo Instagram menzionato sulla foto

Falla la felicità…

Sabato l’ho dedicato in parte ai defunti andando a trovare il cugino di mio marito morto a soli 20 anni in un incidente in moto. Come dicono i miei figli “il giorno di festa per mamma”, dal momento che adoro andare per cimiteri. Aldilà della visita, e dell’orchidea incastrata nel porta fiori, aldilà del sole e del silenzio che si respiravano un pò dappertutto, è stato bello dedicare tempo ai morti. Dedichiamo così tanto tempo ai vivi e alle loro cretinate, spesso sprecandolo, che ho davvero ritemprato la mia testa stanca stando nell’altra dimensione, quella che prediligo da sempre.

Con mio marito dicevamo che la felicità è proprio un qualcosa che si fa, facendo. Dedicarsi del tempo senza sprecarne con altri che sono soltanto comparse di un film scaduto low cost, stare nel nostro mondo, sì ok forse un pò meno vivo ma decisamente più onesto e di sentimento, goderci il momento che non coincide con la data sul calendario alla quale tutti sono abituati – come se le visite ai defunti fossero un qualcosa da programmare come tutto il resto, come la visita dal dentista o la cena organizzata il…- tornare a casa “pieni di” tutte quelle emozioni che fanno bene e riordinano le priorità. Ecco le priorità…

Ho imparato a fare delle mie giornate la mia felicità e soprattutto a non ascoltare la gente che parla, e parla, e parla perché deve dire a suon di cose mal ponderate che galleggiano come sughero sull’acqua. Ho imparato a coltivare me nel mio vaso, a sorridere mentre altri storcono il naso, a dedicare me a me lieta d’aver compreso che la vita è un soffio e che non merita sprechi, rincorse, o accettazioni perché facendo così “vai bene.”

Rigenerante, in un momento di stanchezza post influenzale, fra un rovescio e l’altro, quasi perfetto: vorrei fosse Ottobre.

immagine Pinterest

Quando uscirà il mio libro❓

Se vado avanti così, mai… Scherzi a parte, il mio libro uscirà ad Ottobre, lo sto ancora scrivendo un pezzettino per volta, come a voler richiamare l’intenzione del titolo: Il mio libro a pezzi.

Non è un romanzo, bensì la narrazione di una vasta sequenza di fotogrammi che ho scelto con cura, e grazie ai quali invito il lettore a pensare in mia compagnia.

Desideravo da tempo tuffarmi in quest’avventura, perché così è quando decido di scrivere qualcosa, e di farlo soprattutto per il piacere di stare accanto al lettore facendo attenzione a non creare una linea di separazione fra chi scrive e chi legge.

Gli argomenti trattati sono tanti, e ho cercato e sto cercando di raccontarli con grande garbo, un pò come quando si indossa un abito di seta e si cerca di non stropicciarlo tutto. Si avvertiranno spesso la sensazione di essere seduti davanti a un muro sul quale scorrono immagini senza tempo, motivo per il quale ho volutamente lasciato ad esso la libertà di esprimersi senza l’appoggio di un inutile ordine cronologico, e il piacere di spacchettare ogni capitolo con curiosità.

Anche questa volta ho chiesto a Marcello Comitini di sedersi accanto a me, di correggere là dove necessario; scrivo per passione e non per apparire dunque è importante avere vicine persone che ti capiscano e non giudichino a spron battuto come spesso accade cosa che non sopporterei minimamente e per questo lo ringrazio sempre tanto.

Questo è quanto, ora non mi resta che finire… aspettando Ottobre.

Immagine Pinterest

Facciamo un po’ di “Goro Goro”- ã”ろごろ

Un’altra espressione molo carina che ho imparato dal giapponese è ごろごろ goro goro e significa il tempo passato a godersi il tempo che passa. Fare goro goro significa dedicarsi al dolce far nulla, a rilassarsi e a godersi il momento in totale relax.

Quest’espressione ha anche il compito di raccontare il sonoro delle cose grosse e pesanti che scivolano via come ad esempio una pietra grande che ruzzola giù da un monte. Allo stesso tempo indica il suono di un tuono quando rimbomba, il gorgoglio della pancia che si avverte quando è vuota, le fusa del gatto, la nanna per i bambini, una sorta di abbandono alla lentezza che rende gradevole il momento.

E’ la natura al plurale di tutte quelle tante cose sparse che ci sono, che accadono, che coabitano nella realtà seppur disordinatamente e che producono suoni e azioni che riempiono le giornate.

Goro goro per me: è la pesca di una stella ad occhio nudo, la folata di vento improvvisa che sfiora l’orecchio, il rumore della foglia secca sotto la scarpa, la matita che scorre sul foglio di carta ruvido, è l’attenzione che nasce da un piccolo gesto spesso involontario come coriandoli gettati per aria che si guardano con la speranza di vederli cadere uno ad uno senza perdere di vista nulla.

Mettendoci da parte a volte vediamo cose che riusciamo a non riempire di noi stessi ed è proprio quello il momento in cui i goro goro raccontano cose incredibili.

In caso, fateci caso, buon goro goro.

immagine google

Le “72 stagioni”, ad occhio e croce🍂💐🌸❄

La sera è il momento durante il quale mi occupo di quel pezzettino di cose curiose che generalmente disperdo durante il giorno per mancanza di tempo, e proprio ieri sera mentre la finestra era ormai già gonfia del suo buio e la famiglia acquietata nei suoi spazi, ho provato ad immaginare come sarebbe vivere con attenzione le 72 stagioni. È vero sono quattro le stagioni che caratterizzano i quarti della mela, con i loro mutamenti incessanti che talvolta l’occhio fatica a rilevare, ma se stiamo a vedere cosa dice il vecchio calendario giapponese le stagioni sono ben 72. Secondo questo calendario ogni 5 giorni subentra un’altra stagione, cosa della quale non ce ne accorgiamo ma che in realtà succede: sbucano nel terreno erbe nuove, fiori inaspettati, svolazzano insetti che vivono il loro momento, sempre in attesa che subentri dell’altro. Ventiquattro periodi che a loro volta si frantumamano e che generano parole dal senso poetico che ho conservato: il calore del vento dal 7 all’11 luglio, il cinguettio della cutrettola ballerina dal 12 al 16 settembre, della cicala crepuscolare dal 12 al 16 agosto, delle lucciole dal 10 al 15 giugno…

Questo calendario antico, che è stato soppiantato da quello Gregoriano, offre la possibilità di rivedere la vita ogni cinque giorni. Quel che è stato è stato, e al suono della sveglia al termine del quinto giorno ne succede una fase nuova, diversa dalla precedente anche se ad occhio nudo le cose non sembrano mai così. I colori seguono il ballo, le 17 tonalità del verde nel mese di Maggio, quelle infinite del rosso ad Ottobre, i bruni e i grigi che caratterizzano l’inverno, il madreperla che racchiude i tanti modi con i quali la pioggia cadendo racconta di sé.

Noi che viviamo in un’epoca che fa di tutto per farci correre, e che vede le stagioni come previsioni grazie alle quali organizzare i fine settimana o scegliere l’abbigliamento più adatto, in realtà abbiamo questa risorsa: 72 stagioni che rendono la vita meno banale di quanto appaia, una barchetta di carta che prende il largo ogni volta, tutte le volte.

Ogni 5 giorni un’opportunità, a volte anche il parlare muta il suo senso e diventa un nuovo tempo.

Fotografia personale

Il giapponese, è una droga!

Konnichiwa! こんにちは

GIORNATA PIOVOSA, e io decido dopo pranzo di riposare un po’, giusto il tempo di rivedere per la milionesima volta The Nightmare before Christmas. Terminato il film ho pensato “ma sì piove, quasi quasi rivedo un po’ di cosette che ho studiato in settimana” e da che l’ho detto sono trascorse due ore e quarantacinque minuti, volate! Non lo so ma il giapponese per me è una droga, e forse hanno ragione i miei figli e mio marito quando dicono che a me manca qualche rotella (o forse ne ho qualcuna di troppo?) I minuti passano alla velocità della luce e io resto sempre meravigliata da come sia sì difficile da studiare ma anche travolgente e affascinante. I kanji sono qualcosa di meraviglioso, se penso che dal disegno classico del sole, quindi un cerchio con i raggi, ne è conseguita questa trasformazione:

O la luna, da spicchio a….

E’ veramente magia! Tuttavia è una scrittura complicata, ci sono tre alfabeti che occorre conoscere: kanji, hiragana e katakana e ognuno di loro ha una funzione. E’ bello proprio perché è così, qualcosa che si conquista un pezzettino per volta con grandissima umiltà perché se c’è una cosa che ho accettato da subito è quella di mettere da parte la fretta, la sicurezza di riuscirci al primo colpo, e la certezza di avere tutto chiaro nell’immediato. Non è così che funziona e forse è proprio per questo che appena posso, inforco il mio quadernino, matita e gomma al seguito, e mi butto nei labirinti della lingua perdendo il senso del tempo. E vi dirò, per quanto ridicolo possa sembrare quanto sto per dire, grandi sono la gratitudine e l’emozione che ne conseguono quando guardo il mio quadernino deglutire affamato parole, segni, tratti, postille, sottolineature e faccine che in genere disegno quando qualcosa mi sfugge e devo ricontrollare. Saranno gli anni che ho addosso e forse la voglia in un certo senso di “sentirmi ancora allieva” a spingermi verso questa piccola conquista che sento di meritare per il rispetto con la quale la sto trattando. E se posso aggiungere, sono anche felice di sbagliare spesso, di dover correggere, rivedere, rileggere e ripetere all’infinito poiché credo sia un ottimo esercizio per mettere a dura prova la mia determinazione. Che abbia imparato a far colare la giusta dose di oro liquido nelle mie crepe, come insegna l’arte del Kintsugi 金継ぎ che trasforma la fragilità in punto di forza?

Non lo so, staremo a vedere, ma certo è che ogni sconfitta, caduta, inciampo, difficoltà a me hanno sempre portato a fare cose sagge, a scoprirne di nuove e a gioirne in caso di successi personali ed è per questo che ho un enorme rispetto per “il difficile”.

Chiudo con questi dolcini che solo a guardarli mettono di buonumore. Buona serata.

Wagashi immagine reperita da Vivere Zen