Mia figlia ha sezionato il cuore di un maiale, che dire…

Non potete immaginare la mia contentezza, mi sono sentita come Morticia con la sua piccola Mercoledì, si è divertita da matti: finalmente un’attività scolastica interessante, considerato che i cuori provenienti da quelle povere bestiole erano malati, dunque non da “tavola”. Appoggio largamente l’idea che i ragazzi abbiano occasione di svolgere questo genere di attività che è considerata scientifica. Fosse per me introdurrei anche qualche esame autoptico, ma capisco che non sarebbe semplice organizzare la dissezione di un cadavere e… gestire lo starnazzamento dei genitori!

La scuola dovrebbe a mio avviso insegnare molto di più rispetto ai tradizionali programmi ministeriali, sono veramente boriosi: toccando con mano un cuore si comprende meglio “il suo valore” e forse, aggiungo con un pizzico di ironia, si comprende il peso vero della vita, almeno così è stato per me ai tempi.

Che momento bello, adesso aspettiamo il rientro di Gomez per raccontargli tutto e come sempre lo faremo a tavola agevolando la sua chiusura di stomaco: papi è per la tua dieta…

Che momento gioioso, non mi par vero…

Grazie Vittorio- indirettaconmestesso- 🎁 consiglio la lettura di questo uomo che si allontana da…

Andarsene, una cosa da vecchi

Massimo Mantellini

Massimo Mantellini ha un blog molto seguito dal 2002, Manteblog. Vive a Forlì. Il suo ultimo libro è “Dieci splendidi oggetti morti“, Einaudi, 2020

Ho smesso di utilizzare i social network e mi sento meglio. Sono passati alcuni mesi e sembro – me ne accorgo ora – l’alcoolista che descrive la sua astinenza seduto in cerchio con altri come lui, ma non sono per nulla in una situazione simile. Nel frattempo è scoppiata una guerra orribile, giusto vicino a casa nostra, e mentre tutti, comprensibilmente, ne parlavano con tutti, ho scoperto il conforto segreto di non dire nulla. Cosa avrei potuto scrivere di differente da quello che leggo su Twitter ogni giorno?

A un certo punto poi ho iniziato a vergognarmi delle cose che negli ultimi due decenni avevo scritto sui social. Non le avevo mai osservate da quell’angolazione: frasi talvolta semplicemente sciocche, altre volte solo impulsive o arroganti, altre volte ancora neutre, nel senso di trascurabili, uguali a milioni di altre: raramente invece, rileggendole a distanza, rimanevano intatte e migliori di me. Ma il resto era una distesa di vetri rotti.

Quelle parole in frantumi però mi descrivevano, e lo facevano piuttosto efficacemente. Era questa la loro forza: lo scrigno involontario della mia imperfezione esposto allo sguardo di tutti. Forse la sola ragione per cui era valsa la pena pubblicarle. Contemporaneamente quelle frasi erano anche altro ed ora ne ero certo: una geografia precisa della mia trascurabilità.

Ora è scoppiata una guerra e non è che io improvvisamente non abbia pensieri al riguardo. Li ho – temo – esattamente uguali a prima (usuali e imperfetti come prima) ma quelle parole escono ogni giorno depotenziate: perché, pur esistendo, sono indisponibili a quasi tutti.

Mi sento meglio, dicevo all’inizio, per due ragioni principali. La prima è che osservo finalmente da fuori il caotico sovrapporsi dei punti di vista, le dinamiche perverse di emersione dei contenuti peggiori che gli ambienti digitali hanno così tanto enfatizzato (e che io ingenuamente pensavo di invertire). La seconda è che vedo distintamente come tutto questo, che un tempo mi sembrava il centro del mondo, sia invece uno scoglio in mezzo al mare. “La terra è una pallina blu con tempeste”, dice l’astronauta in orbita per la prima volta in una delle mie poesie preferite: è servito guadagnare una certa distanza per rendermi conto di quanto trascurabili siano quelle discussioni che fino a ieri erano il centro dei miei interessi.

I social network restano un luogo importante e vitale: un certificato di esistenza in vita di tutti noi, oltre che una stenografia molto accurata di chi siamo e dove stiamo andando. Sono, nel migliore dei casi, il luogo dell’entusiasmo e dell’ingenuità, nel peggiore, come tutti sappiamo, una fogna a cielo aperto come tante altre.

Conterà certamente anche che sto diventando vecchio e che osservo ogni nuovo entusiasmo, in rete come fuori, con la svagatezza che riserviamo a tutto quello che secondo noi non funzionerà; conterà che il rumore di fondo ha ormai superato il limite del tollerabile e la prevalenza del cretino è ormai certificata almeno quanto la mia carta d’identità.

Non vorrei però che questo sembrasse un alibi: non sono quello meno stupido della media che improvvisamente realizza la qualità della compagnia e si allontana sdegnato. Leggo ogni giorno in rete le parole di persone che ammiro e alle quali voglio bene, trovo in esse il conforto e la sintonia che rendono la mia vita più piena e interessante. Ma assento (o talvolta dissento) ormai silenziosamente, a differenza di quanto mi capitava un tempo. E non ho più voglia di discutere con nessuno.

C’è una guerra orribile là fuori, non merita la miseria dei miei commenti da divano. Se proprio mi sembrerà il caso di scrivere in rete lo farò in luoghi nei quali le idee si formano più lentamente, e sono meno sottoposte al turbinio accelerato dei social network.  Sulle pagine del mio vecchio blog, o in altri posti in cui l’intervallo fra la parola scritta e il click sul tasto publish potrà essere allungato indefinitamente.

È anche questa, senza alcun dubbio, una cosa da vecchi.

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Dalla macchina da scrivere, alla “politikka”…

Sono davvero incuriosita dal morbo che sta colpendo molti scrittori di romanzi i quali, dalla loro macchina da scrivere bulimica passano alla politikka sentendosi in diritto di manifestare le loro idee. Mi manca il passaggio intermediario: perché? Cosa li spinge a farlo?

Non lo so ma sono sempre più convinta che dietro le facce angeliche che producono storie a tutto andare si nascondano spesso dei demoni pronti a sferrare il colpo mortale.

Di cosa parlano? Di omosessualità, di diritti, di difese, di nulla a ben guardare.

Si potrebbe anche parlare d’altro come ad esempio degli stipendi di merda che prendono i ragazzi quando trovano loro, degli stipendi di merda in generale, della crisi che c’è nel nostro stivale, dei poveri che sono ancora tanti, troppi, che sono chiamati POVERI, dei contratti aziendali che fanno schifo per non dire pena, ecco giusto qualche esempio alla veloce… E invece, no, è importante portare avanti campagne folcloristiche pensando che serva a tutelare le varie categorie umane (perché siamo ancora messi così che che se ne dica, parliamo di categorie) per far leva su un sistema giuridico che sballonzola fra i credi cattolici e la new generation che è ancora tutta da capire. I ragazzini si mettono lo smalto, il rimmel, le gonne perché pensano di appartenere ad una corrente di pensiero che non ha un pensiero di fondo perché vi garantisco che non è neanche moda, è soltanto un richiamo studiato a tavolino che fa riferimento al periodo settecentesco fra parrucche, ciprie e mutandoni a vista, eppure va, funziona perché è la finta lotta contro le diversità, quando in realtà così facendo si alimentano a dismisura e in maniera anche molto offensiva secondo il mio punto di vista. Tutto ciò che si alimenta di baraccate false e tendenziose, finisce per creare quel moto ondoso, comodo, in grado di spostare le attenzioni dell’opinione pubblica (come se contasse ancora qualcosa) fra ciò che conta e ciò che non conta: il problema è che nella scaletta delle priorità le gravità stanno al fondo, le puttanate al vertice e io qui mi inchino al cospetto di questi scrittori audaci perché hanno anche il tempo di vestire una toga e di ergersi giudici di cause che contribuiscono ad incrementare i loro guadagni. D’altronde gli indifesi che diventano difesi come per magia, dove volete che vadano a parare… E non va bene perché questi scribacchini astuti sono loro per primi degli speculatori che inoculano sotto pelle bolle di vicende delicate da loro criticate con un’audacia mai più vista… Da che parte sta questa gente??? Sta dalla parte del Dio denaro, che pur di riempire tasche, allarga bocche di parole insensate, mal ponderate e come detto in precedenza di pessimo gusto perché non sarà mai uno smalto o un lucidalabbra la soluzione per talune discriminazioni. È la mentalità che va cambiata, spostata di casa oltre i confini delle parole. Le persone vanno lasciate libere, nude e non caricate di strutture che servono soltanto a impanzare le panze dei sovrani ossequiati anche dalla letteratura scadente. E per questo motivo ho smesso di seguire molti autori che credevo capaci di rispettare il valore della parola, che credevo onesti davanti a loro stessi perché questo è lo scopo della scrittura, leggersi per essere letti, autori che pensavo avessero tanto da insegnarmi e invece mi hanno tolto, per fortuna solo in parte, l’innocenza di una mente che ha bisogno di spaziare lontana da una realtà che fa schifo ogni giorno sempre di più!!!

Storia di un libro “unto”

Tutte le volte che nella mia libreria incrocio con lo sguardo i libri di Carlos Ruiz Zafón mi prende il tonfo al cuore e questo perché mi riporta indietro nel tempo quando, uscito L’ombra del vento, mi ritrovai a vivere un momento singolare. Era estate, ero al mare, e mi ero portata dietro il libro in questione. La spiaggia che frequentavo era “La spiaggia dei lettori incalliti”, tanto che gran parte delle chiacchiere si facevano a ridosso del bagnasciuga e riguardavano i libri letti durante l’inverno; io che preferivo leggere al posto di perdermi in chiacchiere, passavo le mie ore con il naso affondato fra le pagine dei miei romanzi. Quando alcune signore videro che stavo leggendo L’ombra del vento, mi chiesero se potevo imprestarglielo, e così feci. Di mano in mano il libro venne letto da più persone, tutte molto entusiaste d’aver scoperto un nuovo autore.

Di ritorno dalle vacanze, e solo allora, notai che gli angoli delle pagine del libro erano macchiate di creme solari e gocce di gelato, cosa che non gradii moltissimo perché in fondo il libro era mio e forse avrebbero dovuto fare un pochino di attenzione. Così, l’estate successiva, decisi di regalare il libro unto alla spiaggia, dopo ovviamente aver acquistato una copia nuova di zecca tutta per me. Quel libro macchiato e dall’aria stanca doveva stare lì, e forse a ben pensarci al suo autore che purtroppo non c’è più, la cosa non sarebbe dispiaciuta. Ci sono libri che secondo me trovano casa anche quando di case non ce ne sono. In fondo una spiaggia, tante mani, e molti occhi diventano per i libri case nelle quali soggiornare per un pò e io che di case sono una vera intenditrice, per una volta ho fatto da agente immobiliare a un libro unto che è ancora là.

Vince L’Ucraina all’Eurovision 22

Vince la Kalush Orchestra con la canzone “Stefania”, un mix di rap, folk e beat hip hop. È dedicata alle madri dei membri della band e si basa sulle loro vere esperienze di vita. “È un brano su mia madre â€“ ha raccontato Psiuk – Non le ho mai dedicato una canzone e non sono affatto sicuro che la nostra relazione sia stata particolarmente intensa in passato, ma so che si merita questa canzone.

Una vittoria indubbiamente “morale”, considerato il momento. Non so dire se meritata o meno perché non ho la competenza per giudicare brani dei quali non conosco la lingua, ma certamente rappresentativa: show must go on nonostante tutto, e forse questa è la (vittoria) alla quale ci stiamo tutti abituando con quella facilità disumana che a tratti, spaventa un pò. Mentre la gente muore, e fugge come uno sciame di topi senza dimora, la vita trascina con sé il suo carrozzone: la baldoria che ha il super potere di creare nuvole dalle quali piovono gioia e felicità. Si parla di una Mariupol che verrà restaurata e che sarà pronta per ospitare la prossima edizione, come a dire che la guerra in corso avrà una fine e l’Ucraina potrà finalmente godere di un momento di forte rinascita. Ce lo auguriamo, ci mancherebbe ma nel frattempo i morti sono morti e chi è rimasto e rimarrà vivrà per sempre il dolore della perdita.

Fra folclore, bandiere, una Pausini scatenata, un Malgioglio #addoro, paillettes e applausi, si va avanti a ricamare i merletti della finzione, perché non c’è niente da fare, la finzione piace! Quella sensazione gradevole che si avverte sul momento, mentre nei mari navigano in sordina navi da guerra e in TV imperversano le immagini cruente della guerra: perché è guerra quella roba lì, ed è morte quell’affare che si vede fra uno scoppio e l’altro poi la si rigiri a comodo e piacimento, quello è!

Qualcuno penserà alle note stonate del mio post ma purtroppo non ho in dono la capacità di fingere allegria quando non ce n’è, e aggiungo, tanto meno desidero appartenere a quella fetta di umanità che pur di saziarsi in qualche modo di bellezza ostentata, dimentica l’orrore che da domani mattina tornerà al suo posto dopo essere stato soppiantato da una settimana di “unione europea” che sappiamo tutti bene quanto coli il brodo dai suoi buchi.

Un plauso va ai musicisti ucraini che hanno provato il brano “a distanza” non potendosi incontrare di persona in patria, sicuramente una posizione la loro molto complicata, ma ce l’hanno fatta e questo è quel che conta.

Magari adesso un pò di silenzio…

Falla la felicità…

Sabato l’ho dedicato in parte ai defunti andando a trovare il cugino di mio marito morto a soli 20 anni in un incidente in moto. Come dicono i miei figli “il giorno di festa per mamma”, dal momento che adoro andare per cimiteri. Aldilà della visita, e dell’orchidea incastrata nel porta fiori, aldilà del sole e del silenzio che si respiravano un pò dappertutto, è stato bello dedicare tempo ai morti. Dedichiamo così tanto tempo ai vivi e alle loro cretinate, spesso sprecandolo, che ho davvero ritemprato la mia testa stanca stando nell’altra dimensione, quella che prediligo da sempre.

Con mio marito dicevamo che la felicità è proprio un qualcosa che si fa, facendo. Dedicarsi del tempo senza sprecarne con altri che sono soltanto comparse di un film scaduto low cost, stare nel nostro mondo, sì ok forse un pò meno vivo ma decisamente più onesto e di sentimento, goderci il momento che non coincide con la data sul calendario alla quale tutti sono abituati – come se le visite ai defunti fossero un qualcosa da programmare come tutto il resto, come la visita dal dentista o la cena organizzata il…- tornare a casa “pieni di” tutte quelle emozioni che fanno bene e riordinano le priorità. Ecco le priorità…

Ho imparato a fare delle mie giornate la mia felicità e soprattutto a non ascoltare la gente che parla, e parla, e parla perché deve dire a suon di cose mal ponderate che galleggiano come sughero sull’acqua. Ho imparato a coltivare me nel mio vaso, a sorridere mentre altri storcono il naso, a dedicare me a me lieta d’aver compreso che la vita è un soffio e che non merita sprechi, rincorse, o accettazioni perché facendo così “vai bene.”

Rigenerante, in un momento di stanchezza post influenzale, fra un rovescio e l’altro, quasi perfetto: vorrei fosse Ottobre.

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Quando uscirà il mio libro❓

Se vado avanti così, mai… Scherzi a parte, il mio libro uscirà ad Ottobre, lo sto ancora scrivendo un pezzettino per volta, come a voler richiamare l’intenzione del titolo: Il mio libro a pezzi.

Non è un romanzo, bensì la narrazione di una vasta sequenza di fotogrammi che ho scelto con cura, e grazie ai quali invito il lettore a pensare in mia compagnia.

Desideravo da tempo tuffarmi in quest’avventura, perché così è quando decido di scrivere qualcosa, e di farlo soprattutto per il piacere di stare accanto al lettore facendo attenzione a non creare una linea di separazione fra chi scrive e chi legge.

Gli argomenti trattati sono tanti, e ho cercato e sto cercando di raccontarli con grande garbo, un pò come quando si indossa un abito di seta e si cerca di non stropicciarlo tutto. Si avvertiranno spesso la sensazione di essere seduti davanti a un muro sul quale scorrono immagini senza tempo, motivo per il quale ho volutamente lasciato ad esso la libertà di esprimersi senza l’appoggio di un inutile ordine cronologico, e il piacere di spacchettare ogni capitolo con curiosità.

Anche questa volta ho chiesto a Marcello Comitini di sedersi accanto a me, di correggere là dove necessario; scrivo per passione e non per apparire dunque è importante avere vicine persone che ti capiscano e non giudichino a spron battuto come spesso accade cosa che non sopporterei minimamente e per questo lo ringrazio sempre tanto.

Questo è quanto, ora non mi resta che finire… aspettando Ottobre.

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Facciamo un po’ di “Goro Goro”- ã”ろごろ

Un’altra espressione molo carina che ho imparato dal giapponese è ごろごろ goro goro e significa il tempo passato a godersi il tempo che passa. Fare goro goro significa dedicarsi al dolce far nulla, a rilassarsi e a godersi il momento in totale relax.

Quest’espressione ha anche il compito di raccontare il sonoro delle cose grosse e pesanti che scivolano via come ad esempio una pietra grande che ruzzola giù da un monte. Allo stesso tempo indica il suono di un tuono quando rimbomba, il gorgoglio della pancia che si avverte quando è vuota, le fusa del gatto, la nanna per i bambini, una sorta di abbandono alla lentezza che rende gradevole il momento.

E’ la natura al plurale di tutte quelle tante cose sparse che ci sono, che accadono, che coabitano nella realtà seppur disordinatamente e che producono suoni e azioni che riempiono le giornate.

Goro goro per me: è la pesca di una stella ad occhio nudo, la folata di vento improvvisa che sfiora l’orecchio, il rumore della foglia secca sotto la scarpa, la matita che scorre sul foglio di carta ruvido, è l’attenzione che nasce da un piccolo gesto spesso involontario come coriandoli gettati per aria che si guardano con la speranza di vederli cadere uno ad uno senza perdere di vista nulla.

Mettendoci da parte a volte vediamo cose che riusciamo a non riempire di noi stessi ed è proprio quello il momento in cui i goro goro raccontano cose incredibili.

In caso, fateci caso, buon goro goro.

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Le “72 stagioni”, ad occhio e croce🍂💐🌸❄

La sera è il momento durante il quale mi occupo di quel pezzettino di cose curiose che generalmente disperdo durante il giorno per mancanza di tempo, e proprio ieri sera mentre la finestra era ormai già gonfia del suo buio e la famiglia acquietata nei suoi spazi, ho provato ad immaginare come sarebbe vivere con attenzione le 72 stagioni. È vero sono quattro le stagioni che caratterizzano i quarti della mela, con i loro mutamenti incessanti che talvolta l’occhio fatica a rilevare, ma se stiamo a vedere cosa dice il vecchio calendario giapponese le stagioni sono ben 72. Secondo questo calendario ogni 5 giorni subentra un’altra stagione, cosa della quale non ce ne accorgiamo ma che in realtà succede: sbucano nel terreno erbe nuove, fiori inaspettati, svolazzano insetti che vivono il loro momento, sempre in attesa che subentri dell’altro. Ventiquattro periodi che a loro volta si frantumamano e che generano parole dal senso poetico che ho conservato: il calore del vento dal 7 all’11 luglio, il cinguettio della cutrettola ballerina dal 12 al 16 settembre, della cicala crepuscolare dal 12 al 16 agosto, delle lucciole dal 10 al 15 giugno…

Questo calendario antico, che è stato soppiantato da quello Gregoriano, offre la possibilità di rivedere la vita ogni cinque giorni. Quel che è stato è stato, e al suono della sveglia al termine del quinto giorno ne succede una fase nuova, diversa dalla precedente anche se ad occhio nudo le cose non sembrano mai così. I colori seguono il ballo, le 17 tonalità del verde nel mese di Maggio, quelle infinite del rosso ad Ottobre, i bruni e i grigi che caratterizzano l’inverno, il madreperla che racchiude i tanti modi con i quali la pioggia cadendo racconta di sé.

Noi che viviamo in un’epoca che fa di tutto per farci correre, e che vede le stagioni come previsioni grazie alle quali organizzare i fine settimana o scegliere l’abbigliamento più adatto, in realtà abbiamo questa risorsa: 72 stagioni che rendono la vita meno banale di quanto appaia, una barchetta di carta che prende il largo ogni volta, tutte le volte.

Ogni 5 giorni un’opportunità, a volte anche il parlare muta il suo senso e diventa un nuovo tempo.

Fotografia personale