Questa è la mia domanda eterna, quella che nel mio immaginario equivale al getto di un semino nel terreno che un giorno forse sarà quercia.

Partendo dal presupposto che non credo negli anni stampati sulla carta d’identità che mira a collocare chiunque nella griglia della vita che per me non ha stereotipi, mi pongo spesso questa domanda. Sarà forse perché mi sento ancora una bambina che non riesce a crescere come molti credono, o forse perché non sono convinta che per diventare grandi occorra sposare l’idea d’essere adulti. Tuttavia rimane il fatto che ogni giorno una parte di me va alla ricerca di risposte.

È grazie a questa domanda che nel tempo ho capito le dinamiche con le quali generalmente reinvento tutto ciò che mi appartiene, cercando di scansare con gomiti ben larghi tutto quello che nel mondo adulto non fa gentilezza. Passo spesso per una che non si ferma mai, che parte dalla Polinesia per arrivare a Timbuctu, che apre porte per poi uscire dalla finestra, che sonda non tanto per fare buchi quanto per sentire che tipo di aria tira da quelle parti, che mescola il tempo senza curarsi se era ieri o sarà domani perché non vede la vita come una sequenza di fatti ordinati quanto piuttosto un sacchettino di biglie colorate dal quale tirar fuori ogni giorno quella diversa. Molti pensano anche che così facendo io tenti di trovare un’identità per molti versi a me ancora sconosciuta, dando per scontato che quella sia per me una sorta di ossessione dalla quale non riesco a liberarmi e dunque munita di pala per scavare e lente d’ingrandimento per meglio vedere, ai loro occhi sono la rana che salta da una pietra all’altra. Le persone sono abituate così, guardano di te quello che sono solite vedere in loro stesse, parlano, deducono, pensano che tutto funzioni secondo la loro ragion d’essere senza mai curarsi del fatto che a volte porre le domande sbagliate spesso comporta ricevere risposte altrettanto sbagliate.

E bene pensare spesso a cosa voler fare da grandi in realtà è la risposta e non la domanda, e io ci sono arrivata quando ho capito che la bellezza della vita sta in tutti quei “non so” che al posto di creare frustrazione creano in me quel genere di felicità che è sostenuta dalla curiosità. C’è una parola giapponese che amo molto ed è otoshimono che significa letteralmente le cose smarrite, lasciate cadere. Questo è quello che succede a me, e non perché sono distratta, ma perché lascio sempre cadere qualcosa che ho imparato per lasciare il posto ad una cosa nuova che non so. Considero il momento della caduta quello giusto nel quale non ha alcuna importanza se la mia curiosità è in linea con quella degli altri o se è motivata da valide ragioni. È la mia libertà di esistere che mi conduce verso altre strade, non la frustrazione di un’identità negata, bensì sentieri che non conosco ma che se imparo mi aiutano a non rimpiangere d’aver avuto la possibilità di conoscere e non averlo fatto.

Penso sempre che per arrivare a 100 ai bambini si insegni dapprima a contare fino a dieci, questo perché all’aggiunta di un numero ne consegue il successivo, e così è quando il mio diventare grande fa sì che la somma di tutte le mie curiosità ne alimenti una successiva.

E dato che anche oggi mi sono posta la domanda che include tutto ciò che ho scritto, la risposta è: quercia, perché i semini li ho gettati molto tempo fa e ora li sto vedendo germogliare.

Immagine Pinterest

Paola

23 pensieri su ““Cosa voglio fare da grande”

  1. Condivido in pieno, non si finisce mai di imparare e scoprire cose nuove e mettersi alla prova è sempre bello e rigenerante, cerco anch’io di farlo sempre, anche se in ambiti diversi dai tuoi. Le cose nuove sono una motivazione, un rigenerarsi ogni volta e andare oltre i propri limiti, quindi ben vengano le novità! 😉

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  2. L’essere umano prevalentemente un grande curioso, e questo gli consente non solo di crescere ma anche di imparare… sono dell’idea che si resti sempre un po’ bambini anche se il calendario dimostra sempre il contrario! Non perdere la curiosità questo è importante perché questo ci fa sempre sapere qualcosa in più del mondo.

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